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Artefici del progresso: la vera storia di Gutenberg FCM

Posted by , On gennaio 20, 2016 , in Senza categoria , No Comments

Artefici del progresso smTutto cominciò quando avevo dieci anni e acquistavo libri divulgativi da Anny, la cartoleria su in piazzetta. Erano appena finiti gli anni ’60 quando, credo a mille lire, acquistai Artefici del progresso, un libro che tra nove geni metteva al primo posto e in copertina nientemeno che Gutenberg. Il libro l’ho ritrovato da pochi anni, e solo allora ho notato che l’autore era tedesco e quindi Gutenberg veniva prima di Leonardo, Galilei e Meucci.
Macchie di Gutenberg smTra le radio private, gli studi d’ingegneria e la vendita dei fumetti -tanti- passa molto tempo. Nel 1992 Internet è vecchia per l’uso privato senza enormi investimenti, e giovane per l’uso pubblico, che parte per non fermarsi più. Nel 1992 io mi ritrovo vecchissimo per essere neolaureato, ma giovane per fare giornalista tecnologico, e decido di seguire questa strada. Dieci anni dopo concordo con un editore di trasferirmi a Milano per riprendere in mano un mensile d’informatica consumer che avevo diretto a Milano un paio d’anni prima che lo acquistasse. Tutto a posto? No, perché l’editore si tira indietro. Nel frattempo avevo parlato con altre divisioni dello stesso gruppo ed era risultato interessante il progetto che porterà a Le macchie di Gutenberg.
Il mio titolo era Tecnologie controfattuali, perché nel libro spiego che il microprocessore, emblema del nostro tempo digitale, è una stampa di transistor. Lo facevo raccontando le storie della stampa, del transistor e del microprocessore.
In quel periodo pubblico diversi racconti di storia controfattuale (ucronia) e altra fantascienza, più per le mie frequentazioni che per le mie qualità. Nella mia vanagloria, il mio From Dust to the Nanoage è il miglior libro mai pubblicato sulla storia del microprocessore, nonostante il mio traballante inglese. Me lo autopubblico con il servizio on-line Lulu. Tornando alla stampa, la vita di Gutenberg la racconto usando come base l’Enciclopedia universale degli Avventisti.
Le Macchie escono nel 2003. Ma nel 2004 apprendo che è pronto il Processo a Gutenberg: nella maestosa cornice della repubblica marinara che ha esportato i jeans (Genova), infatti, sapere tradizionale e sapere controfattuale si sfidano. Tal Bruno Fabbiani, infatti, sostiene che Gutenberg non abbia mai usato la stampa a caratteri mobili, bensì volgari piastre metalliche ben punzonate. Arrivo a Genova senza jeans, assonnatissimo e freddo come il metallo e seguo il processo: ha ragione Fabbiani! Non ho alcun dubbio. Da lì comincia una corrispondenza e frequentazione con il geniale professore, che non ringrazierò mai abbastanza per avermi aperto la mente con dispositivi da lui realizzati. E’ qui che inizio a studiare davvero Gutenberg, acquisendo decine di libri e documenti in varie lingue.
L’enorme lavoro porta a Piombo Fuso, un testo metà saggio e metà narrazione. Questa soluzione se la adotta Kundera gli viene bene, se la faccio io escono fuori commenti forti degli editor ai quali li porto (e lo dico per esperienza, quella fatta con Gianfranco de Turris). Ciononostante gli amici ci sono e una di loro mi dedica un articolo su un importante mensile, descrivendo il mio farneticare come “una storia che sa di mosto” perché il torchio da stampa discende da quello da uva. Anche altri giornali s’interessano, ma non Focus, con il quale pure collaborerò per argomenti importantissime quali “quanta corrente elettrica consuma un aereo di linea” et similia. Nessun interesse riesco invece ad avere da parte delle trasmissioni di fringe science come Stargate, perché in buona sostanza a solo sentire “Guten” la gente va a dormire (tipo guten nachten, insomma).
Alla fine della fiera desumo che Piombo fuso è un cagatone e mi metto a scrivere un romanzo vero. Passo 18 mesi solo a tirar fuori una timeline decente, poi vado un po’ meglio. Lavoro molto sulla scaletta e penso che bisogna fare qualcosa su questo punto. Alla fine del 2006 ho un testo di rara bruttezza ma che è tutta narrazione e di circa 250 mila caratteri, un romanzo breve. Mentre io mi addentravo nel romanzo, nel mondo reale erano partiti i social network, al momento nelle fattezze dei blog. Anch’io bloggo ergo sum e tra i tanti eventi partecipo ad un incontro/scontro Bloggers Vs Publishers. Nonostante sia a Roma e dietro casa mia impiego 40 minuti a trovare l’hotel e mi trovo con una decina di colleghi dei quali solo due erano adatti all’argomento (io e gli altri 7 non lo eravamo). Ne esco con la mail degli editor di Mondadori, ai quali invio la rara bruttezza. Di quella mail nessuno ha mai più saputo nulla.
GBM_vsmDall’esperienza di DNA avevo acquisito due certezze: a) scrivevo male in inglese, b) risciacquare i panni nel Tamigi fa bene ai testi italiani. Mentre io acquisivo certezze l’Italia ha scoperto le start-up, presentate come una nuova forma d’imprenditoria, e io dopo aver bloggato, startuppo. Nel loro gergo fare pivot vuol dire prendere coscienza del buono che c’è nella tua iniziativa, buttare il cattivo ed iniziare una nuova attività che si basi sulla precedente.
Decido di fare pivot su Fuso Nero o come diavolo si chiami. Mi abbono a Grammarly.com (un servizio on-line che t’indica un certo numero di errori), mi faccio prestare la Bibbia della sceneggiatura in inglese e partecipo all’Amazon Studio Contest con un Gutenberg Black Monarch.
Amazon Studio Contest screen partLeggo alcuni script altrui, me li studio e scrivo il mio, pubblicandolo, leggendo i (pochi) commenti, mantenendo il contatto con alcuni commentatori e proponendo una seconda versione. Curiosamente, non vengo scelto per alcun premio. Mi trovo con 110 mila caratteri dei quali 10 mila sono formattazione della sceneggiatura. E’ vero che l’italiano è più lungo del 20%, ma anche 120 mila battute sono pochine.
Passano un paio d’anni, nei quali compio lo sforzo più grande di tutti: tornare a 250 mila battute italiane. Credetemi, nel Tamigi è meglio buttarcisi, specie d’inverno.
Ho bisogno d’aiuto e mi rivolgo al software. Penso all’Appbook, un’app/webapp che consenta di progettare e confrontare scalette, contenuti, percorsi di lettura. Chiedo a due Luca di aiutarmi, uno per il web, l’altro per i cellulari. Con il secondo facciamo anche una finta start-up per partecipare ad un programma di finanziamenti, ma anche lì mi fanno fare pivoting e finisco per fare un’app turistica su Windows. Quella sul web invece la penso proprio per il Cavaliere Nero e giacché ci sono anche per il modello di business richiesto dal programma di finanziamenti.
Guten_appbook
Anche grazie a questo tool la stesura migliora. Quando sono a buon punto mi chiama un amico, lo scrittore che per primo ha fatto ucronia in Italia, ovvero Pierfrancesco Prosperi.
Mi spiega che un editore sta facendo una collana nella quale il mio guten nachten starebbe benissimo, se gli piace. Lo conosceva perché pur di essere in un’antologia con lui ed altri avevo corrotto giudici e ministri. La che presentammo anche alla Fiera del Libro di Torino. Io c’ero per lavoro: in un rigurgito di blogghescion, Mondadori mi aveva chiesto di presentare Valerio Massimo Manfredi che parla del suo ultimo libro. Lì gli parlo di Guten… quando si sveglia la fiera sta chiudendo.
Qui taglio corto: io non accetto il contratto, ma loro mi mettono comunque in collana con tanto di Isbn. Ecco perché in rete si trova comunque citato -e in vendita!- un Gutenberg Monarca Nero in italiano.
Gutenberg monarca neroSiamo nel 2012.
Francamente di questo guten nachten ne ho le palle piene e decido di smettere di lavorarci. Preferisco dedicarmi all’ultimo filone tecnologico: i maker, artigiani digitali che accedono a macchinari prima da fabbrica ed ora da salotto. Anzi, di più, visto che hanno il potere del software e la possibilità di squagliare plastica per produrre direttamente oggetti di ogni tipo, le cosiddette stampanti 3D. Apro la Makers University e m’indigno: non è quello un procedimento ad impatto, come la stampa.
E invece ci risiamo. Mi contatta Alan Sergio Altieri che aveva pubblicato sul Giallo Mondadori il mio Sangue di luna nera, in Sul filo del rasoio (antologia curata da de Turris). Si ricordava proprio di Piombo Fuso e mi chiedeva se era ancora disponibile per un progetto di e-book. Con lui aderisco a tutto. Egli però mi passa ad un altro, che legge la versione del momento e mi da alcuni suggerimenti molto azzeccati per rientrare nel suo progetto. Seguo quelli che si possono seguire, per i quali gli sono comunque grato. Concordiamo una strategia editoriale, che però non confermerà e quindi io, sai la novità, uscirò dal progetto (che comunque tanta altra strada non ha fatto). Un capitolo di questa versione si chiama Sangue di luna. Un altro, Le macchie di Gutenberg.Siamo a fine 2013.
Gutenberg FCM smallPassa un anno abbondante. Decido di non lasciare per aria un progetto che mi è costato tanta fatica e decido di autopubblicare anche questo. Vado su Lulu e chiedo un Isbn per Mitostoria dei viaggi in America. Mi chiedo cosa ho fatto negli ultimi dieci anni: startup, apps e making. Come il mondo. Come Gutenberg. Mollo il confezionamento dei viaggi di africani ed arabi verso i Caraibi (ebbene sì, pare ce ne siano stati, prima di Colombo ovviamente) e mi rimetto a lavorare al Cavaliere Nero.
Serve un titolo più rappresentativo. Ci penso molto, mi confronto con altri e alla fine esce il progetto copertina + titolo. Il 24 settembre 2015 il romanzo esce con il nome di Gutenberg: Founder (di startup), Coder (di apps), Maker.
Ma è solo la prima versione, di numerazione interna la 1.82. Al 28.11 siamo alla 1.90, ma ho già quasi pronta la versione 1.91. E la versione da pubblicare direttamente su Amazon, con una copertina adatta a quel canale.
Per me, insomma, i libri non finiscono mai. Letteralmente.

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